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La Gioconda

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Alla fine del 1499 Leonardo, che viveva a Milano da quasi vent’anni, fu costretto ad andar via: con l’ingresso delle truppe francesi di Luigi XII e il crollo della Signoria sforzesca, aveva perduto il suo grande protettore, Ludovico il Moro. Il pittore, come era sua abitudine, portava con sé i suoi ragazzi di bottega e le sue cose più care: abbozzi di opere che forse non avrebbe finito mai, disegni di anatomia, di astronomia, di meccanica. Leonardo si trascinava dietro anche il suo strano destino, che era quello di non terminare mai le sue opere se non raramente. Una, però, la portò a compimento, forse proprio in quell’epoca: il ritratto detto Monna Lisa o la Gioconda. Secondo l’interpretazione del Vasari, il quadro conservato al Museo del Louvre è Monna Lisa, moglie di Francesco di Zanobi di Bartolomeo del Giocondo, notabile e priore di Firenze, la cui famiglia aveva una cappella nel convento dell’Annunziata, dove Leonardo trovò a lungo ospitalità.

In realtà il Vasari non vide di persona l’opera, perciò parla per sentito dire, descrive una Gioconda con ciglia e sopracciglia che nel quadro non vengono rappresentate. Inoltre afferma che Leonardo cominciò a dipingere questo ritratto a Firenze nel 1505 e che ci lavorò sopra quattro anni senza riuscire a finirlo: nel 1506 Leonardo era ormai lontano da Firenze chiamato a Milano dal nuovo governatore. Per cui, l’enigma restò irrisolto, tanto più che c’è chi ha visto nella misteriosa donna la marchesa di Mantova, Isabella d’Este, altri hanno ipotizzato che la dama ritratta fosse un’amica di Giuliano de’ Medici che essendosi poi sposato, avrebbe rinunciato a ritirare il dipinto dallo studio di Leonardo. La Gioconda, dipinto su una tavola di pioppo di 77x53, rivela i dati della tecnica leonardesca: su una base di chiaroscuro assai sottile, aggiunge man mano strati di pittura trasparente.

Questa pittura non ha quasi spessore: le tracce del pennello non sono visibili neppure ai forti ingrandimenti. Leonardo è riuscito ad elaborare una pittura dalla fluidità e leggerezza particolari, tale da rendere inafferrabile la tecnica. L’incarnato che ormai si mostra quasi livido, appariva in origine più roseo, colore svanito col trascorrere del tempo: le mani invece, dipinte con colori di ocra, hanno conservato una tonalità più calda. Le sopracciglia rasate e le ciglia spuntate, secondo la moda dell’epoca rendono più visibile lo sguardo, conferendogli una leggerezza misteriosa. Nel 1516, Leonardo portò il dipinto con sé in Francia, essendosi lì trasferito su invito del re Francesco I. Dopo la morte dell’artista avvenuta nel 1519, il re acquistò la Gioconda per dodicimila franchi e l’opera pur restando sempre nelle collezioni reali, viaggiò moltissimo prima di arrivare al Louvre nel 1804. L’ultimo a poterla ammirare personalmente fu Napoleone, perché nel 1800 il quadro ornava la sua camera da letto alle Tuileries, quando era Primo Console.

La donna, in tenuta da mattina indicata dall’abito a pieghe elegante, ma semplice e dai capelli sciolti sotto un velo impalpabile, siede su una poltrona semicircolare, contro il parapetto di un loggiato, di cui si intravedono ai lati due piccole colonne sullo sfondo del paesaggio. Questo è diviso in due parti, dal basso in alto. In basso c’è la rappresentazione di una zona di montagna vista dall’alto con una strada serpeggiante a sinistra ed un ponte a più arcate a destra, sopra un fiume che fa pensare all’Adda. La parte alta, invece, è la favola della montagna, una sequenza verticale di monti evanescenti immersa nella nebbia come in una visione magica. Le montagne sullo sfondo si accorderebbero con un’esaltazione della virtù: il monte, all’epoca, è spesso simbolo del difficile cammino verso l’alto. La Gioconda resta l’immagine dell’umanità leonardesca: un’entità universale in cui si uniscono tutti i misteri del cosmo, che Leonardo intuiva da artista e indagava da scienziato.

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