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I film gialli

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In Italia, un genere ha preso il nome di un colore. Gialle, infatti sono le copertine con cui, nel 1929, l’editore Mondadori inaugura una collana di romanzi polizieschi. E da allora diventerà giallo ogni libro o film che ha a che fare con il crimine, le indagini e la relativa suspense. Il genere poliziesco nasce in letteratura nell’ottocento con autori come Allan Poe e Conan Doyle.

Il cinema delle origini propone spesso le avventure di famosi investigatori come Nick Carter o Sherlock Holmes, ma già dagli anni Venti sono attivi registi del calibro di Lang in Germania ed Hitchcock in Gran Bretagna che fondamentali nella storia del cinema, hanno regalato al genere degli autentici capolavori. Se fino agli anni Cinquanta è ancora possibile distinguere strutture narrative, dagli anni Sessanta, si assiste ad una contaminazione di stili, cosicché si rende necessario un cambiamento di prospettiva; il romanzo poliziesco comprenderà quindi tre tipologie: l’enigma, in cui la vicenda legata al delitto è già presente prima dell’intreccio del racconto e tutto lo svolgimento della storia tende a far luce sugli eventi (ad esempio, Assassinio sull’Orient-Express di Lumet); il noir, in cui delitto e indagini procedono di pari passo (ad esempio La finestra sul cortile di Hitchcock); e suspense, che fonde le suddette definizioni, con un enigma che precede il racconto, l’indagine ed i colpi di scena (ad esempio Il mistero del falco di Houston).

Attorno a questo genere sono pochi i personaggi che ruotano. C’è il detective, isolato, solitario, individualista; il cliente, persona che deve essere difesa, sospetta per il fatto stesso di essere viva; il malvivente elegante, affascinante, con un vissuto carico di delitti; infine la donna, bellissima e distaccata, che si rivela avida e spietata, non prima di aver avuto una breve storia con l’investigatore.


Il giallo-poliziesco ha trovato maggiore spazio nei cinema americano e francese, mentre in Italia l’apporto a questo genere è stato abbastanza trascurabile. Registi come Damiani e Petri hanno utilizzato l’impianto del film per proporre vicende che hanno a che fare con problemi politici e sociali. Un genere nato con intenti di intrattenimento, è diventato un veicolo per esprimere tensioni pubbliche e private, quasi che il cinema si volesse far portatore di una propria visione del mondo.

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