benessere 3

Mesia

La storia delle sue origini non è chiaramente delineata, molte sono le leggende e i racconti romanzati; quello che si sa per certo è che sin dai tempi antichi, l’uomo amava consumare bevande ghiacciate composte da frutta, latte e miele uniti a neve, attentamente conservate nelle neviere. Egizi, Babilonesi, Cinesi e Romani ne erano estimatori, ma l’importante evoluzione ci fu con gli Arabi alla fine del IX secolo, in seguito all’invasione della Sicilia, ricca di depositi di neve dell’Etna e degli altri “ingredienti” che permettevano la realizzazione dello “sherbet”: zucchero di canna importato dagli stessi Arabi (con cui si ottengono cristalli di ghiaccio) e frutta fresca come limoni e arance. E’ una preparazione gastronomica fredda, simile ad un gelato, ma dalla consistenza più fluida. La sua funzione tradizionale è quella di separare le portate a base di carne da quelle a base di pesce. Può essere definito anche come intermezzo fine a se stesso, purché consumato in pasti particolarmente elaborati. Il gusto prevalente è dolce e talvolta ha sentori leggermente alcolici. Il suo impiego è orientato sempre più a sostituire la portata di “fine pasto”. Non è (o non è nato) come dessert ed al momento della sua scoperta aveva il ruolo di bevanda dissetante fuori pasto. Si presenta di consistenza semi-liquida, difficile da bere sia con cannuccia che con cucchiaio. E’ un prodotto parzialmente congelato, ma la grana del ghiaccio è talmente fine da risultare appena percettibile (ciò lo distingue sia dal gelato che dalla granita). Per raggiungere un risultato simile sono coinvolti dei processi di natura chimico-fisica che vanno dal liquido di partenza, al rimescolamento continuo del prodotto in fase di raffreddamento.
Ne esistono varie ricette, ma la formula tradizionale rimane quella a base di limone. Tra i vari ingredienti si utilizzano soprattutto acqua, prosecco, yogurt, panna o crema di latte, vodka, caffè, latte, menta, liquirizia e vari tipi di frutta. Le ricette più classiche di sorbetto sono al limone, all’arancia, al lampone e di frutta mista. Esistono anche gusti “alternativi”; interessante è il sorbetto al limone e sambuco, all’ananas analcolico, alle fragole.

Dislocata nell’estrema zona orientale del viterbese, dove il Tevere fa da confine tra Lazio ed Umbria, Bomarzo è famosa per il “Parco dei Mostri” realizzato nel Cinquecento, dove trovano posto, nei massi di pietra, figure surreali. Sorge a circa un chilometro dall’abitato e l’autore di questa insolita creazione è Pier Francesco Orsini, originale personaggio del Risorgimento italiano. I “mostri” sono ricavati dai massi di pietra vulcanica sparsi nel parco senza un preciso piano strutturale, secondo gli spunti offerti dagli elementi fisici del luogo. Nonostante ciò, l’unità dell’insieme è assicurata dal continuo contatto con lo stravagante e dal costante parallelo dell’artificiale con la natura circostante. Le realizzazioni statuarie del complesso bomarzesco rivelano la predilezione dell’Orsini per le forme aperte, in cui l’occhio incontra visuali in apparenza fortuite e confermano la sua passione per espressioni artistiche di diversa provenienza, certamente insolite per la cultura italiana del Cinquecento. Tra gli esempi figurativi che rendono il “Sacro Bosco” un’unità per tipologia, quelle che maggiormente attirano ed impegnano la ricettività del visitatore sono il Tempietto (in stile dorico, ha forma ottagonale e dedicato alla moglie Giulia Farnese), il Mascherone (mostro più simbolico con naso rincagnato, occhi vuoti ed un’enorme bocca spalancata nel cui interno è ricavata una stanza dotata di un tavolo al posto della lingua), l’Elefante in battaglia (spiccatamente tendente all’arte orientale), il Drago in lotta coi veltri (palesi gli influssi asiatici), la Donna opulenta (dalle proporzioni enormi, sostiene un grande vaso sulla testa), Nettuno (con il dorso nudo appoggiato su un muro ciclopico), la Casetta inclinata (dimostra la soddisfazione per il disprezzo dei limiti della regola), la Tartaruga (formazione gigantesca sormontata da un’armoniosa figura musicale), il Gigante (dalle significative forzature anatomiche), la Maschera demoniaca (sorregge la sfera decorata con i simboli araldici della famiglia Orsini). Passeggiando nel Parco, si notano qua e là alcune iscrizioni incise nella pietra quali messaggi enigmatici rivolti ai visitatori. Nel 1962, lo scrittore argentino Mujica Lainez ha dedicato a Bomarzo un romanzo storico da cui il connazionale Ginastera ha ricavato un libretto operistico, poi musicato qualche anno più tardi.
Bomarzo si può raggiungere da Roma con l’autostrada del Sole, uscita al casello di Attigliano, per poi seguire le indicazioni stradali; oppure percorrendo la via Cassia fino a Viterbo e proseguire per Bomarzo sul raccordo autostradale Viterbo – Orte o attraverso la statale Ortana. Da Viterbo invece, con il raccordo autostradale Viterbo – Orte con uscita a Bomarzo; oppure con la statale Ortana in direzione di Bagnaia.

Ingredienti per 4 persone:

  • 8 albicocche
  • 200 grammi di gelato allo yogurt
  • 2 cucchiaini di zucchero
  • 1 limone
  • 250 grammi di lamponi (o mirtilli o fragoline)
  • 1 rametto di menta (facoltativo)

 

Spremere il limone e filtrare il succo attraverso un colino. Lavare e asciugare le albicocche, dividerle a metà, eliminare il nocciolo e tagliarle a spicchi. Versare in un pentolino 1,5 decilitri di acqua, il succo di limone, metà dello zucchero, portare a ebollizione e cuocere per circa 3 minuti, finchè il liquido si sarà leggermente ristretto. Immergere le albicocche nel composto preparato e scottarle per circa 1 minuto, perché si ammorbidiscano. Farle raffreddare nel liquido di cottura. Sgocciolare metà albicocche e tenerle da parte. Passare al mixer le albicocche rimaste con il liquido di cottura. Pulire i lamponi, lavarli e asciugarli e frullarli insieme allo zucchero rimasto. Se si preferisce, si può filtrare la salsa ottenuta oppure cuocerla per farla addensare. Lasciare il gelato allo yogurt a temperatura ambiente per qualche minuto e lavorarlo con una forchetta, per farlo ammorbidire. Suddividere il frullato di albicocche nelle coppette o bicchieri trasparenti individuali. Aggiungere uno strato di gelato allo yogurt. Proseguire con uno strato di albicocche a spicchi. Completare con il gelato. Lasciare riposare le coppe in frigorifero per circa 5 minuti. Completare, irrorando le coppette con la salsa di lamponi preparata. Si possono servire le coppe, decorando a piacere, con ciuffetti di menta.

La Commissione Federale sul commercio degli Stati Uniti, ha fatto una scelta clamorosa. Quella dell’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) è stata di tono minore, ma entrambi gli enti governativi, negli ultimi mesi hanno avvertito la necessità di fare chiarezza sul contenuto dei prodotti omeopatici. Negli Stati Uniti, per non essere accusati di pubblicità ingannevole, i produttori di rimedi omeopatici dovranno precisare sulle etichette e nel materiale informativo che non esistono prove scientifiche in base alle quali, i loro prodotti, basati su teorie settecentesche e smentite dagli esperti di oggi, possano funzionare. La Direttiva europea del 1992, poi confermata nel 2001, mentre autorizza la registrazione dei prodotti omeopatici liberandoli dal dover dimostrare la loro efficacia, già stabilisce che sull’etichetta si precisi che questi non hanno alcuna indicazione medica approvata. Inoltre, in Italia, a fine 2016, è stato precisato che anche per i prodotti omeopatici deve valere l’obbligo di elencare in dettaglio sull’etichetta o sull’eventuale foglietto illustrativo, il contenuto di eccipienti. Le forme farmaceutiche solide solitamente usate sono granuli in contenitori monodose e granuli in contenitori multidose, costituiti in prevalenza da saccarosio e lattosio e più raramente amido. Le forme liquide per uso orale sono costituite da soluzioni idro-alcoliche. Da ciò deriva che in omeopatia, nella maggior parte dei casi, essendo il ceppo omeopatico di partenza notevolmente diluito, la composizione quantitativa in eccipienti costituisce l’effettiva composizione quantitativa della formulazione. In pratica, poiché oltre allo zucchero e all’alcol, i prodotti omeopatici contengono solo eccipienti, è giusto sapere di cosa si tratta. Diversamente dai farmaci veri e propri che devono essere sottoposti a lunghi, rigorosi e costosissimi studi per dimostrare sicurezza ed efficacia prima di essere immessi sul mercato, quelli omeopatici sono oggetto di una procedura di registrazione semplificata. Il fatto che non contengono traccia di principi attivi dovrebbe mettere al riparo dal rischio che possano far male. Per la stessa ragione, però, non possono nemmeno fare bene, al di là dell’effetto placebo, capace di lenire disturbi minori che , in ogni caso, passerebbero da soli. La loro prescrizione da parte di professionisti in camice bianco (medici o farmacisti), può tuttavia trarre in inganno i pazienti, privandoli di cure che potrebbero essere loro realmente utili. Anche per questo, oltre che per ristabilire un principio di corretta concorrenza con i medicinali di documentata efficacia, la Commissione del governo degli Stati Uniti ha chiesto che, in assenza di queste prove, gli articoli omeopatici riportino sull’etichetta la scritta “non funziona”. Un gesto di rispetto nei confronti dei 3,3 milioni di consumatori che nel solo 2007, in America hanno speso quasi 3 miliardi di dollari per acquistare questi prodotti, nella speranza che potessero apportare loro qualche beneficio.

L’omeopatia é una teoria medica secondo cui le malattie devono essere curate con dosi piccolissime di quei farmaci che siano capaci di produrre gli stessi sintomi della malattia in questione. La scuola omeopatica fu fondata da Hahnemann alla fine del XVIII secolo e si basa sul concetto di somministrare piccole dosi di farmaci aventi effetti simili ai sintomi della malattia. Pertanto nella medicina omeopatica, una volta accertata la forma morbosa, si scelgono i farmaci che ne riproducono il più fedelmente possibile la sintomatologia e si somministrano al malato a dosi ridottissime. E’ probabile che negli effetti curativi delle terapie omeopatiche abbiano un ruolo essenziale le influenze psicologiche della medicazione, in modo del tutto simile a quello osservabile con la somministrazione di sostanze farmacologicamente inerti, come il placebo.

La Sindone, termine greco che deriva da “sindon”, parola anticamente usata per indicare un lenzuolo o un ampio pezzo di stoffa, è un telo rettangolare di lino, che si presenta di colore giallastro e misura 4,36 metri di lunghezza per 1,10 di larghezza. Lo spessore del tessuto è di 34 centesimi di millimetro ed è piuttosto consistente, anche se non ne viene pregiudicata la morbidezza. Di manifattura rudimentale, il lino utilizzato per la sua realizzazione è stato filato a mano. L’intreccio del tessuto è irregolare e indica che il tessuto è stato lavorato con un telaio piuttosto semplice. Controversa, ma popolarissima reliquia, la Sindone avrebbe avvolto il corpo di Gesù dopo la morte: sono i segni lasciati sul telo a descriverne l’attribuzione. L’uomo “impresso” è stato flagellato, coronato di spine, crocifisso con chiodi e il suo costato è stato trapassato da una lancia. Oltre all’immagine di un uomo, sul lino sono visibili tracce di sangue corrispondenti alle ferite del corpo e piccole impronte lasciate da monete, fiori e scritte. L’impronta del corpo appartiene ad un uomo non anziano con barba folta e capelli lunghi, dalla struttura salda e muscolosa. Il cadavere, deposto su metà lenzuolo, ha lasciato due impronte. Il telo era stato fatto passare al di sopra del capo e quindi adagiato sul corpo fino all'altezza dei piedi. Come si è formata quest’immagine? Secondo i risultati scientifici, non risulta prodotta con mezzi artificiali. Non è un dipinto o una stampa, perché sulla stoffa è assente qualsiasi pigmento. Cosa significa? Vuol dire che se si trattasse di un dipinto, l’autore avrebbe dovuto utilizzare un pennello con un’unica setola e con questa colorare ogni singola fibra di lino. L’ipotesi sulla formazione dell’immagine avanzata da qualcuno, è quella di un lampo di energia che si attenua con la distanza tra il corpo e il lenzuolo. Le parti del corpo a contatto con il telo sono infatti più marcate, mentre lo sono di meno quelle che non vi erano accostate. Per comprendere le difficoltà di spiegare l’origine dell’immagine, basta soffermarsi sul volto: i lineamenti non corrispondono a quelli che si otterrebbero dall’impronta di un lenzuolo avvolto intorno al capo e al corpo di un uomo, perché ne risulterebbe allargata e deformata. Negli anni ’80 vennero svolte delle indagini per attribuirle una data utilizzando il radiocarbonio. Emerse una datazione di epoca medievale, che dunque indicherebbe che la Sindone sia un falso. Ipotizzando che il telo sia un manufatto d’epoca medievale, un abilissimo falsario lo avrebbe cosparso con pollini di provenienza mediorientale e con tracce di aloe e mirra, nonché “spolverato” con un tipo di carbonato di calcio come quello ritrovato in alcune grotte di Gerusalemme, sarebbe riuscito a procurarsi due piccole monete coniate nel 29 d.C. da mettere sugli occhi del cadavere, le cui tracce si sono riscontrate sulla Sindone. Inoltre, in epoca medievale, nessuno poteva avere le conoscenze archeologiche e storiche sulle modalità della flagellazione e crocifissioni romane. L’autore dell’eclatante “falso” avrebbe poi dovuto immaginare o prevedere l’invenzione del microscopio, avvenuta alla fine del XVI secolo, per poter aggiungere elementi invisibili ad occhio nudo.


Fin dal secolo VII si parlava della Sindone conservata prima a Gerusalemme, poi a Costantinopoli. Nel medioevo molte città europee affermavano di possedere quella vera: il telo in questione che risulterebbe autentico, è conservato dal 1578 nel Duomo di Torino. Più si compiono indagini, più si dimostra una finestra aperta sul mistero. Più si analizza, meno si è in grado di spiegare come si sia formata l’immagine di quell’uomo alto 1,78 m. Un testimone muto, ma per alcuni tratti sorprendentemente eloquente.

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